Indiana wine

La nostra curiosità ci porta a girovagare sulle colline vulcaniche di Breganze per assaggiare cose nuove e a noi sconosciute, benché molto vecchie. Non mi riferisco al famoso “Torcolato” di Breganze che tutti conoscono, ma a varietà autoctone dimenticate, veri e propri reperti fossili del passato vitivinicolo di questo territorio.
Siamo così arrivati alla cantina di Firmino Miotti dove ci accoglie la moglie Pina, poi arriva anche lui: “Ho 82 anni e vado nei campi da quando ne avevo dodici. Bevo una bottiglia al giorno; mai stato malato, solo infortuni sul lavoro!” La svelta moglie di Firmino (Dio li fa e poi li accoppia) ci stappa il Pedevendo. Si tratta di un vino frizzante secco, non filtrato, prodotto con l’uva pedevenda, un vecchio vitigno coltivato da sempre nel vicentino in piccole quantità.
Piacevole nel suo bouquet di frutta matura e note di frutta secca che lo rendono particolare, serio e appagante in bocca, con una freschezza quasi acidula, caratteristica propria dell’uva pedevenda. Un vitigno dal passato ma molto originale, una buona alternativa all’onnipresente Prosecco.

Arriva il momento del vitigno principe della zona: il vespaiolo.
Un uva delicata, difficile da lavorare, di solito con una forte acidità che l’ha resa poco appetibile nel mercato dei vini fermi, per questo negli ultimi anni gli sforzi dei produttori sono concentrati nel cercare di contenerla creando vini un po’ più equilibrati.
Il Vespaiolo Breganze Doc 2017 di Firmino si presenta austero al naso con un sentore citrino in evidenza, serio e ancora tagliente in bocca pur con una buona struttura che gli dà una certa morbidezza, da abbinare con cibi grassi o unti.
Assaggiamo anche il Vespaiolo 16.9 del 2016 ,non ancora in vendita, che viene prodotto con due cloni selezionati di Vespaiolo 9 e 16, con fermentazione in barriques di acacia, a testimonianza della voglia di sperimentare pur lavorando su vitigni arci tradizionali.

L’ultimo vino che assaggiamo è un altro vino strambo; il Gruajo 2016 da uva gruaia o cruaia, un’uva a bacca rossa che a grappolo maturo presenta sempre una piccola percentuale di acini verdi che devono essere scartati. Era già conosciuta in zona dal Settecento e, secondo i documenti, dava un vino “delicato e gagliardo”.
La nota della ciliegia selvatica e le note verdi ci fanno subito capire che si tratta di un vino un po’ burbero reso intrigante dalle tante spezie. Anche in bocca è asciutto, di bel corpo rustico con note di bosco, ci sono tannini morbidi ed altri ancora chiusi, fresco con un piacevole retrogusto amarognolo.

Lasciamo l’azienda e queste colline, contenti di aver fatto gli archeologi del vino, anche in questo campo qui in Italia abbiamo una ricchezza tutta da scoprire che nessun altro Paese possiede.

Ivana Guantiero

Ivana Guantiero

Mi chiamo Ivana Guantiero e sono appassionata di vino. Come è nata la mia passione per il vino? Se scavo bene tra i miei ricordi l'immagine più antica che mi torna alla mente è quella della cucina di mia nonna a Mezzane, il camino ed il grande tavolo in legno. Io che non arrivo neppure al tavolo e mio papà che con il goto veronese in mano mi chiede se voglio assaggiare un goccino di recioto, mia mamma che brontola "..è piccola..", mio papà che facendomi l'occhiolino mi allunga il bicchiere da cui ne assaggio un goccino. Ecco, io credo che in quelle domeniche sia stato piantato in me il seme della passione per il vino, quindi grazie papà! Sono socia dell’Ais (Associazione Italiana sommelier) da una quindicina di anni e con loro sono relatore nei corsi per aspiranti sommelier, faccio parte della redazione di verona, scrivo articoli sul loro sito, faccio visite alle cantine, recensioni ai vini e partecipo ai panel dei degustatori ufficiali. Collaboro anche con la Slow food per stesura della guida Slow wine. Il mio interesse non è solo nel mondo del vino ma anche dei salumi con l’Onas, olio e formaggi. Il blog? Spero diventerà una raccolta delle mie eno-avventure e un modo per conoscere e scambiare opinioni con altre persone che avranno voglia di leggermi.

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